Verso un’architettura precaria

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Verso un’architettura precaria

di Alessandro Zorzetto, pubblicato nel volume P.I.G.S., a cura di Escuela Moderna / Ateneo Libertario, Milieu Edizioni, Milano, 2016, pp. 68-77

L’altro giorno, in un momento di overflowi ho creduto potesse essere una soluzione rispolverare temporaneamente il lathe biosasii epicureo per trovare un momento di serena indipendenza. Mi rendo conto di trascorrere la mia intera esistenza a rifiutare e fuggire, rincorrendo un’illusione. Rifiuto della scuola, della chiesa, del lavoro. Fuga dagli affetti, dalle comunità, dai luoghi. In cerca di autonomia, indipendenza, libertà. Non c’è scampo: mi ritrovo sempre ad essere catturato in una nuova rete, una rete che stringe e delinea i confini della realtà. Non esiste realtà senza rete, e la libertà, nel senso più alto della parola, è solo un’illusione: in fondo dipendiamo sempre da qualcosa. Quindi ci troviamo a chiamare libertà quella che invece è una rete comoda, che permetta un ragionevole raggio d’azione impresso dal desiderio. Ci si sente liberi quando non ci si scontra con il limite. La libertà in questo caso diventa espressione di un desiderio limitato a priori. Ed è per questa libertà che dobbiamo lottare.

Libera Professione

Parliamo di un mestiere che, pur chiamandosi libera professione, della libertà mantiene solo l’etimologia. Dopo otto anni di scuola dell’obbligo e almeno dieci di studi specifici, ci si trova ad affrontare un esame statale per accedere ad un ordine collegiale, quindi avere una posizione fiscale, con obbligo di formazione continua e versamento di tasse, contributi e quote annuali per iscrizione all’Ordineiii e assicurazione professionale. Questo è il minimo per poter firmare e timbrare un progetto in qualità di architetto. Arrivati ad ottenere il timbro, ci si rende conto che è giunto il momento di trovarsi un lavoro. Mettiamo che uno non abbia clienti, o che voglia fare un po’ di esperienza, allora si parte alla ricerca di uno studio, in Italia o all’estero, affine alle proprie attitudini progettuali. Ecco che scattano quelli che qualcuno elegantemente potrebbe chiamare dispositivi di cattura del lavoro cognitivo, ma che andrebbero semplicemente definite trappole: periodo di prova, tirocinio, stage alias lavoro sottopagato, o addirittura lavoro non retribuito alias volontariato, solo per citarne alcuni. Ecco che viene scovato il lato ingenuo della buona volontà che, alimentata da una falsa speranza, quella di ottenere finalmente un lavoro vero, ci conduce invece verso una deludente attività lavorativa. Un po’ la crisi, un po’ che siamo gli ultimi arrivati, un po’ che c’è sempre un giovane neolaureato che bussa alla porta. Dopo qualche mese ci si ritrova ad essere dei disoccupati che pagano tasse e contributi. Questo succede due, tre, quattro volte. Allora tentiamo la via della libera professione, ci convinciamo che la stanza più bella del nostro appartamento in affitto debba diventare il nostro studiolo, ci attrezziamo con computer e connessione internet e cerchiamo di comunicare all’esterno la nostra professionalità, l’unico punto fermo di questa vicenda. La maggior parte degli incarichi, se abbiamo il coraggio di definirli così, arrivano dai parenti o dagli amici dei parenti, perché sono gli unici che hanno il coraggio di darci fiducia. Tiriamo a campare col poco che arriva e ci illudiamo che un giorno la situazione migliorerà: siamo più liberi rispetto al lavoro che facevamo prima, adesso possiamo organizzarci autonomamente e gestire il nostro tempo, siamo finalmente liberi di sviluppare il nostro talento. Ma il lavoro non arriva, e quando c’è ci costringiamo a lavorare di più, perché solo un progetto di qualità ci farà progredire. E invece conta solo la quantità, il denaro che chiedi per la tua prestazione, e ci si rende conto che il tempo sacrificato per l’orpello qualitativo ha ridotto drasticamente il costo del lavoro, quindi proprio la qualità lavorativa che andiamo cercando. Il tempo è denaro.

Libera Dipendenza

Chiudiamo allora la fantasia in una scatola e proviamo a considerare la professione come uno strumento. Diventiamo operai in un meccanismo di produzione di servizi e ci dedichiamo alla parte più superficiale del processo: la produzione di immagini, non di un immaginario. Il progetto ci è tolto e ci trasformiamo in mercenari tecnocrati altamente dequalificati, problem solvers a basso costo inseriti in meccanismi concorrenziali, cacciatori di piccoli depositi di denaro. Diventiamo parte di una maestranza che non è rappresentata, raffinati esecutori di una sinfonia di cui non siamo più i compositori, relegati ognuno nella propria postazione solipsistica, in questa fabbrica distopica. Da liberi professionisti siamo diventati liberi dipendenti, una figura non legalizzata ma tollerata, come la droga leggera nella new age capitalistica. Abbiamo perso tutti i diritti per cui hanno lottato intere generazioni prima di noi, abbiamo perso la capacità di lottare, il sistema è diventato parte del nostro dna attraverso un presunto benessere e altri media, tanto che non riusciamo a prendere coscienza di tutto questo perché non abbiamo più nemmeno gli strumenti culturali per farlo. Il divide et impera è sopravvissuto alla storia e si ripresenta in forma congenita e finemente strutturata. Per sconfiggere queste forme di dominio dovremo allora partire da una lotta interiore, che non può limitarsi ad essere una lotta individuale, ma che deve diventare una lotta collettiva e condivisa, lontana da ogni imposizione dogmatica o sovrastrutturale, per poter diventare forse, un giorno, una nuova realtà.

Architetture Precarie

Da queste percezioni nasce un atteggiamento, fatto di esperienze, sperimentazioni e tentativi, che chiamerò Architetture Precarie. Per spiegare il significato di questo ossimoro partiamo dalle radici dell’architettura classica, dove troviamo il paradigma vitruviano: utilitas, firmitas, venustasiv. Si tratta di tre requisiti che permettono di qualificare qualsiasi opera edificata di cui sia rimasta memoria, anche secondo le varie declinazioni che questi termini hanno assunto nelle diverse epoche storiche. Ebbene, se proviamo ad utilizzare queste tre semplici parole per descrivere il mondo fattizio che ci circonda nella maggior parte dei casi non riusciremmo ad utilizzarne più di due contemporaneamente. Ad esempio l’edilizia popolare, utile, solida, ma bella? O tutte le opere costruite in occasione delle trascorse edizioni di mondiali di calcio, olimpiadi, esposizioni universali: al giorno d’oggi belle, solide, ma utilizzate? O tutte quelle abitazioni e gli edifici crollati durante le calamità: solide? Il travisamento di questi tre semplici concetti è fonte di grande disagio nella società contemporanea, ed è un disagio palpabile nelle città, nelle periferie e nelle campagne che ci troviamo ad attraversare ogni giorno. Cos’è che non funziona? Ecco alcune cause possibili, a titolo esemplificativo: inquinamento, speculazione edilizia, gentrificazione. E dietro questi meccanismi, chi c’è? Amministrazioni pubbliche e private, imprese, investitori, tecnici, consumatori. E perché lo fanno? Per continuare a produrre e consumare, per far circolare il denaro, per mantenere se stessi, famiglie, abitazioni, edifici privati e pubblici, luoghi di lavoro, banche, comuni, regioni, province, stati, pagare crediti e debiti, insomma per qualcosa che in fondo non ha nemmeno un’ideologia, una sorta di religione senza dio: il Capitale. Il Capitalismo è riuscito a stringere la nostra mente, i nostri corpi, i nostri luoghi, le nostre relazioni, le nostre vite e quelle delle generazioni presenti, passate e future.

E allora ha ancora senso parlare di utilitas, firmitas e venustas in architettura? Prima di affrontare il discorso dal punto di vista teorico, cosa che rischierebbe di farci entrare prematuramente nella sfera del desiderio, è necessario analizzare i limiti entro cui l’architettura viene creata. Parliamo allora di lavoro, nello specifico il lavoro dell’architetto nel terzo millennio. Il lavoro dell’architetto è utile, stabile e bello? O è invece brutto, inutile e precario? Come può un lavoro brutto, inutile e precario produrre architetture utili, stabili e belle? Credo che questa sia la domanda fondamentale. Ecco spiegato l’ossimoro Architetture Precarie.

Verso un’architettura precaria

Definendo precaria un’architettura, ne legittimiamo l’instabilità di fondo. Se il lavoro di architettura è destabilizzato, allora assieme alla professione cade anche il sistema ordinistico, che non è in grado di prendere provvedimenti riguardo l’ultimo traguardo raggiunto dai 6.800v architetti che ogni anno sono abilitati alla professione: la precarizzazione del lavoro di architettura. Durante i corsi obbligatori, ma anche leggendo giornali e riviste, o andando alla Biennale di architettura, sono infatti continuamente riproposte medie e statistiche autocompiacenti su come aumenta il numero di architetti per abitante, per anno, nelle regioni, nelle province e negli stati, per riassumersi in percentuali europee: l’Italia ha prodotto un terzo degli architetti in Europa. E nessuno fa proposte su come gestire questa massa di professionisti abbandonati a se stessi, o su come mettere un freno al continuo riproporsi del problema ogni anno da più di quindici anni a questa parte. E intanto la cassa previdenziale dedicata ad ingegneri ed architetti, concorrente dell’Inps, ha accumulato in un solo anno un avanzo di 901,6vi milioni di euro, mentre un architetto con reddito lordo inferiore ai 15.000 € annui è obbligato a versarne circa 3.000 (cifra fissa, non proporzionale al reddito) se vuole vedersi riconosciuto l’intero anno contributivo a titolo pensionistico. Insomma: lavoriamo tutto l’anno, da troppo tempo, senza riuscire a mettere da parte nemmeno un euro. Molti iscritti si ritirano dalla professione e invadono altre sfere lavorative, diventando operai o ristoratori. È l’unico modo per far quadrare i conti.

Ma torniamo alla figura dell’architetto freelance: architetto – freelance? La parola inglese è chiaramente un pleonasmo, dato che la libera professione sottende che si tratti di un mestiere autonomo. Forse serve per distinguere il libero professionista da quello che in precedenza abbiamo definito libero dipendente, che si mimetizza negli ambienti lavorativi e che viene comunemente definito con l’epiteto di falsa partita iva. Ma vediamo la contraddizione insita nell’ossimoro pleonastico: free lance significa letteralmente lancia libera ed era un modo per definire i soldati di venturavii, ma chi sono i soldati di ventura del giorno d’oggi? Il termine free-lance viene utilizzato per indicare liberi professionisti iscritti all’Ordine e professionisti senza Ordine, le cosiddette gestioni separate, ma potrebbe anche descrivere un esercito di lavoratori precari non professionisti ingaggiati dalle agenzie interinali. Ecco un’altra chiave di lettura per Architetture Precarie: architetto non professionista.

Ma allora quali sono le qualità positive di un’architettura precaria? Qual è l’aspetto rivoluzionario? La catàbasiviii non deve per forza rappresentare una tragedia: come nella Commedia dantesca, ci ritroviamo in una selva oscura, ma di certo non si tratta di una cacciata dal paradiso. Siamo una moltitudine che sta attraversando esperienze che assomigliano a gironi infernali: stage, tirocini, periodi di prova, ecc. L’importante è trovare una via per riuscire a non farsi catturare da questo carrozzone, e proseguire. Architetture Precarie rappresenta contestualmente una presa di coscienza e un détournement: vediamo a quali vantaggi può condurre la nostra situazione di decontestualizzati. Si intravede allora un margine di libertà di una figura che si sta spostando dalla sfera legale verso quella dell’a-legalitàix.

Per ridefinire il concetto di architettura poniamo un’ipotesi, quella di mettere in discussione i concetti vitruviani di utilitas, firmitas e venustas. L’utilità di un manufatto eseguito secondo tecniche prettamente architettoniche può essere diversa da quelle individuate da manuali e legislazione, o addirittura essere fine a se stessa, come nel caso di un’installazione artistica. La stabilità può decadere nel tempo se vengono utilizzati materiali naturali non trattati, come accade per le opere di land art. Non sempre siamo in grado di esprimere un giudizio estetico positivo, ad esempio nel caso di un’opera non finita, incompleta o distrutta. Possiamo allora cominciare a parlare di architettura non vitruviana. In questa nuova dimensione l’architettura ci appare spogliata dell’illusione di eterna bellezza, spesso associata all’estetica del potere, e ci svela l’uomo, la sua vita, la sua storia ed il suo futuro. Le destinazioni d’uso cambiano, gli edifici degradano e scompaiono, e con loro la bellezza e il concetto di immortalità, infinitamente lontano dall’uomo e da ciò che è in grado di produrre. Cominciamo a misurare il desiderio con i limiti concreti e a calibrare attentamente il processo di costruzione. Quando saremo in grado di costruire da soli quello che abbiamo progettato, allora avremo accumulato abbastanza esperienza per incaricarne la costruzione a qualcun altro. Solo allora potremo progettare qualcosa di umano, solo nel momento in cui avremo appreso dai nostri errori cosa significano tempo e fatica, abilità e tecnica. Solo quando avremo capito e verificato le caratteristiche dei materiali, saremo in grado di prevedere il loro comportamento per strutture più grandi e complesse. Utilizzando in prima persona gli strumenti del mestiere riusciremo a comprendere la natura profonda di un lavoro che è coesione di forza ed intelligenza. Quando l’architetto diventa artigiano non esiste più la proverbiale distanza dalla propria opera, e non può più essere il complice consenziente della prepotenza del cliente. Questo è ciò che comporta l’autocostruzione.

Accade poi che la figura dell’architetto coincida non solo con quella del costruttore, ma anche con quella del committente. Entriamo nel mondo dell’autoproduzione, un termine largamente utilizzato in epoca di crisi economica per rimarcare la sconfitta di un sistema in cui l’imprenditorialità è tragicamente rilanciata da un esercito di giovanissimi makers, fenomeno che in Italia si infrange subito contro gli scogli della deriva start-up, un sistema in cui finanziamenti e stipendi sono incassati principalmente dagli incubatori di questo genere di iniziative. Se invece cambiamo il contesto e ci riferiamo ad esperienze svolte all’interno di piccole comunità di collaborazione, il termine autoproduzione assume un significato diverso. L’autoproduzione diventa una necessità contingente, legata allo sviluppo della comunità, che con poche risorse riesce ad ottenere risultati superiori rispetto ai sistemi in cui gli individui sono messi in competizione tra loro. Ecco che sorgono nuove pratiche di condivisione dei saperi e di collaborazione, in un precorso di democratizzazione dei processi di lavoro, che diventa manifesto e metodologia di una produzione alternativa. Un lavoro approfondito a stretto contatto con la collettività è forse l’unico modo per capire a fondo necessità, desideri e potenzialità, e realizzare un’opera coerente. In questo modo l’architettura ritorna finalmente a ricoprire un ruolo sociale, diventando traguardo e punto di partenza nell’evoluzione della comunità, lungo un percorso di emancipazione.


NOTE

i Eccesso di informazioni

ii Letteralmente “vivi nascosto”, in uno stato di aponia e atarassia, ovvero lontano da fonti di dolore e turbamento

iii Ordine professionale, in questo caso Ordine degli Architetti

iv Letteralmente “utilità, solidità e bellezza”, in M.V. Pollione, De architectura, 15 a.c.

v Media statistica risalente al 3 giugno 2011, riferita al periodo 2000-2008 http://www.ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2011/7/109642.html

vi “Il Comitato Nazionale dei Delegati di Inarcassa ha approvato il Bilancio consuntivo 2014, che chiude l’esercizio al 31 dicembre, con un avanzo economico di 901,6 milioni di euro, superiore di 270,8 milioni di euro rispetto alla previsione di budget (+21%) e con un patrimonio netto di 8,2 miliardi di euro.” Comunicato stampa Inarcassa del 12 giugno 2015 https://www.inarcassa.it/site/home/news/articolo6623.html

viii Discesa agli inferi

ix Neologismo che indica il confine tra legalità ed illegalità, ovvero la sfera giuridica in cui non ci sono permessi né proibizioni. Cfr. S. Cirugeda, Situaciones Urbanas, 2007 Ed. Tenov, Barcelona

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